Imballaggio alimentare, uno sguardo al futuro

Carta e cartone alimentari, che già costituiscono uno dei più grandi e polivalenti settori dell’imballaggio per tipo di materiale, hanno un grande futuro davanti. Secondo una ricerca Smithers Pira il settore vedrà un periodo di crescita sostenuta fino al 6% annuo fino al 2017. Questo si tradurrà in un mercato globale di oltre trenta milioni di tonnellate, con un valore approssimativo di 70 miliardi di dollari.

Ciò significa che la domanda di carta e cartone destinati al contatto con gli alimenti sarà di quasi 7,5 milioni di tonnellate in più rispetto al 2012 – offrendo un'opportunità redditizia, soprattutto per un’industria di carta e cartone in cerca di nuove opportunità. Il forte aumento della domanda di packaging alimentare, legato alla crescita della popolazione e della classe media nei mercati emergenti, ha già avuto un impatto rilevante sul settore della carta nel quale c’è stato uno spostamento, dalla produzione di carta e cartone per supporti stampa a quella di prodotti speciali come la carta e il cartone alimentari.

A prima vista, le ragioni dell’attrattività di carta e cartone sono chiare. Si tratta di materiali leggeri, rinnovabili quando ricavati in modo responsabile e, infine, riciclabili e compostabili. Si tratta, inoltre, di prodotti flessibili e il numero dei materiali di derivazione cartacea disponibili sul mercato, è impressionante – la gamma di prodotti, infatti, va da involucri semplici a cartoni in grado di preservare il loro contenuto per anni. Ciò significa che quando gli utenti finali basano la scelta dell’imballaggio su criteri di efficienza, carta e cartone possono essere tranquillamente comparati a materiali alternativi.

La sfida, naturalmente, è che la carta e il cartone, a contatto con gli alimenti, funzionano in modo sicuro ed efficace solo se dotati di un rivestimento che funga da barriera. Tradizionalmente, quando è richiesta resistenza ai grassi, il rivestimento è in paraffina, quando invece è richiesta resistenza ai liquidi, come in un brick di succo, è spesso utilizzata una barriera di polietilene o alluminio. Barriere alimentari in plastica e derivati sono essenziali anche per consentire la termo saldatura, esigenza vitale per la maggior parte di formati e design degli imballaggi. Questi rivestimenti tradizionali sono molto performanti e continueranno a esserlo nel prossimo futuro. Anche se l'uso del rivestimento barriera tradizionale comporta l'impiego di un materiale non rinnovabile, le quantità impiegate sono minime e gli ultimi progressi nelle tecnologie per un’accurata applicazione del rivestimento riducono ulteriormente il loro utilizzo.

Mulino Bianco valuta molto attentamente l'impatto ambientale delle proprie confezioni e dedica importanti risorse allo sviluppo di imballi sempre più eco-friendly. Oggi più del 95% dei loro incarti è realizzato con materiali che possono essere riciclati, nonostante questo l’azienda ammette che “parte dei materiali utilizzati per l'imballaggio è costituita da materiali accoppiati: per garantire le migliori caratteristiche di protezione del prodotto è infatti necessario mettere insieme, purtroppo senza possibilità di poterli separare, materiali diversi. In questo modo, nella maggioranza dei casi, si ostacola la possibilità di procedere al riciclo e le possibilità di trattamento si limitano generalmente al recupero energetico e alla discarica”.

Tuttavia, il problema principale dei rivestimenti di barriera, non è tanto l’impiego di materiale non rinnovabile per sé, ma l’impatto che ha il prodotto dismesso. Tavole e carte rivestite tendono a richiedere tecnologie di riciclaggio specializzate, che rendano possibile la separazione dei materiali. La preoccupazione si riduce in paesi come quelli europei in cui siano già presenti infrastrutture per il riciclo. Nei mercati emergenti, invece, che oltretutto sono luoghi in cui, negli anni a venire, ci sarà una maggiore domanda, quello dello smaltimento costituisce un grande problema.

Per questa ragione negli ultimi anni l’industria del packaging si è focalizzata proprio sullo sviluppo di un nuovo tipo di barriera che deriva da materie prime rinnovabili oppure è biodegradabile o ha entrambe le proprietà. Quello della bio-plastica è un settore molto grande e in crescita, che ha fatto progressi nella misura in cui può concorrere con plastiche tradizionali in termini funzionali – basta pensare alla Plant-Bottle di Coca Cola (una bottiglia di plastica PET completamente riciclabile, ricavata da una combinazione di materiali tradizionali e con una percentuale fino al 30% di origine vegetale), adottata in Italia da Fonti del Vulture per Acqua Lilia.  Le barriere bioplastiche devono tuttavia affrontare alcune sfide, in primo luogo quella della confusione terminologica. Spesso, infatti, gli utilizzatori finali restano perplessi di fronte a domande come: sono fonti rinnovabili, biodegradabili o no? Le bioplastiche possono essere separate? Possono essere riciclate? Possono essere messi in compost? Qual è l’impatto sul clima? 

Fortunatamente la tecnologia sta avanzando al punto che si farà presto uso di rifiuti come materia prima. Nel settore della polpa e della carta sono in corso studi per capire come la lignina, un prodotto derivato dalla lavorazione della cellulosa, potrebbe essere utilizzata come materia prima.Questo porterà a un continuo sviluppo delle bioplastiche come rivestimento barriera. Il problema, adesso, non riguarda la tecnologia o la funzionalità, ma i costi comparati e il tipo e la quantità delle materie prime impiegate. Ciò significa che a livello strategico carta e cartone diventeranno ancora più competitivi. Questi materiali, oggi, competono tranquillamente con materiali alternativi in termini di efficienza e ciclo vitale ma con la tecnologia di barriera del domani carta e cartone costituiranno il materiale di scelta per quasi tutte le soluzioni di imballaggio.

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