Inchiostro, la linfa vitale della stampa

Passare una grafica da digitale a fisico: questa, ridotto all’osso, è la stampa, un processo dove il supporto, la tecnologia e l’inchiostro collaborano per ottenere il miglior risultato possibile. Oggi ci focalizziamo sul terzo componente, l’inchiostro.

Cominciamo col dire che l’inchiostro non è, come talvolta erroneamente si pensa, un aspetto di secondo piano del processo di stampa, ma è invece molto rilevante. L’adeguatezza dell’inchiostro alla tecnologia è fondamentale per ottenere il risultato voluto. Non a caso ci sono inchiostri specifici per altrettanto specifiche applicazioni e tecnologie, in alcuni casi addirittura progettati espressamente per una certa macchina.

Per spiegare meglio questo concetto guardiamo a una tecnologia in forte ascesa come quella inkjet. Che ovviamente dispone dei suoi inchiostri, progettati e sviluppati appositamente dai reparti R&D dei produttori. Come ogni stampatore sa bene, il cliente si aspetta di ricevere il lavoro finito esattamente identico a come l’ha progettato, coi colori della giusta vividezza, le sfumature perfette e via dicendo. Di tutto questo è responsabile il gamut, uno dei parametri fondamentali di un inchiostro. Di base la sua ampiezza è direttamente proporzionale alla quantità di pigmento contenuta, in realtà questa frase nasconde tutta una serie di problematiche non indifferenti nel suo sviluppo. Un inchiostro inkjet – di questo stiamo parlando – verrà utilizzato attraverso una testa di stampa inkjet. Un’affermazione dal sapore lapalissiano, che però indirizza l’attenzione verso le centinaia di ugelli ultrafini che la compongono, ugelli che permettono il passaggio di gocce di dimensioni infinitesimali. Una goccia di dimensioni superiori a quella degli ugelli può restare bloccata, provocando problemi che spaziano dal malfunzionamento del singolo ugello sino al danneggiamento dell’intera testa di stampa. Se a questo aggiungiamo che per passare la goccia deve avere una viscosità bassa che dura nel tempo, si comincia a capire perché ottenere un gamut elevato non sia poi così semplice. E’ un processo in cui ogni elemento deve essere studiato e soppesato al meglio, poiché basta un errore per rendere l’inchiostro inadeguato.

Un altro aspetto rilevante di un inchiostro è la sua adattabilità alle diverse lavorazioni. I reparti R&D combinano le loro conoscenze sulla natura degli inchiostri con i risultati ottenuti con diversi supporti, studiandone le proprietà adesive, di flessibilità e affidabilità; questo permette di trovare il giusto mix per ottenere un inchiostro che sia tagliato su misura per determinati lavori di stampa.

Terzo, ma non meno rilevante, l’affidabilità. L’inchiostro deve durare nel tempo ed essere sempre pronto a garantire la stessa qualità che offre al primo utilizzo – anche dopo mesi di magazzino. E se la tecnologia di base è semplice – le gocce d’inchiostro vengono sparate dalla testina al supporto in traiettoria verticale senza che ci sia alcun contatto fra le due parti – farla funzionare a dovere mette in campo una miriade di fattori che devono essere perfettamente calcolati. Ad esempio, una inkjet wide format è dotata di una marea di testine, ciascuna con centinaia di ugelli; ed è progettata per stampare centinaia di metri quadri di supporto in alta risoluzione ogni ora, chiamando in causa miliardi di gocce al secondo. Tutto questo deve offrire performance all’altezza delle aspettative, se non addirittura superarle. Per farlo gli inchiostri vengono realizzati tenendo conto quei molteplici fattori di cui si parlava sopra – dimensione delle particelle, viscosità, tensione della superficie e molto altro ancora.

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