{"id":5195,"date":"2012-12-03T11:03:28","date_gmt":"2012-12-03T10:03:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.digitaldocument.it\/?p=5195"},"modified":"2012-12-04T15:45:41","modified_gmt":"2012-12-04T14:45:41","slug":"editoria-lo-scontro-entra-nel-vivo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.digitaldocument.it\/index.php\/2012\/12\/03\/editoria-lo-scontro-entra-nel-vivo\/","title":{"rendered":"Editoria, lo scontro entra nel vivo"},"content":{"rendered":"<p>1995. A Seattle, Stati Uniti, Jeff Bezos fonda Amazon, compagnia incentrata sull\u2019e-commerce. Oggi \u00e8 una multinazionale che conta oltre 51.000 dipendenti, 152 milioni di account attivi, 2 milioni di societ\u00e0 che lo utilizzano come canale di vendita, oltre 6 milioni di visite giornaliere, un fatturato annuo che passa i 20 miliardi di dollari.<\/p>\n<p>Sono i risultati di quindici anni di scalata al mercato, occupazione di larghe fette dello stesso, ampliamento dell\u2019offerta, scelte audaci che hanno pagato dividendi che definire significativi \u00e8 molto riduttivo. Una corsa al potere che Amazon ha compiuto senza guardare in faccia nessuno, puntando sempre pi\u00f9 in alto e mantenendo il controllo di un gioco le cui regole sono le regole di Amazon.<\/p>\n<p>A farne le spese sono stati in tanti, molti dei quali non hanno compreso appieno il potenziale della societ\u00e0 di Seattle e l\u2019hanno vista solo come un altro canale di vendita, una nuova possibilit\u00e0. Salvo ritrovarsi in forte difficolt\u00e0 quando il canale si \u00e8 trasformato in un fiume in piena.<\/p>\n<p>Il mondo dell\u2019editoria ne \u00e8 un esempio perfetto. Amazon \u00e8 contemporaneamente il principale rivenditore e avversario delle grandi case editrici mondiali. Abbandonarlo vuol dire salutare per sempre una larga fetta di profitti, pi\u00f9 di quanto sia possibile permettersi. Ma restare significa sottostare alle regole di Amazon. E, come nel corso di un seminario tenuto a Milano un paio d\u2019anni fa ebbe modo di dire Valentina Kalk, responsabile editoriale delle Nazioni Unite \u201c<em>un contratto con Amazon, Apple o Google non \u00e8 un accordo fra gentiluomini: \u00e8 pi\u00f9 uno scontro all\u2019ultimo sangue fra Davide e Golia<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, nonostante tutte le difficolt\u00e0, agli editori non \u00e8 rimasto che scendere apertamente in guerra, per cercare di limitare i danni e salvare il salvabile. Un scontro che fino ad ora non \u00e8 andato molto bene, visto che Amazon ha continuato a crescere e ad andare all\u2019attacco.<\/p>\n<p>Il 18 ottobre 2011 il New York Times metteva in prima pagina la notizia che Amazon aveva cominciato a contattare direttamente gli autori, scendendo ufficialmente nel campo dell\u2019editoria tradizionale. \u201c<em>Dopo aver dimostrato ai lettori che non hanno bisogno di librerie, adesso Amazon sta incoraggiando gli scrittori a bypassare gli editori. \u00c8 un&#8217;accelerazione stupefacente che pone il colosso di Seattle in diretta competizione con le storiche case editrici newyorchesi, mettendo a repentaglio l&#8217;esistenza di queste ultime e degli stessi agenti letterari<\/em>\u201d: cos\u00ec scriveva David Streitfeld, corrispondente economico del quotidiano.<\/p>\n<p>Le reazioni erano state di ostilit\u00e0 pi\u00f9 o meno aperta, ben riassunte nel commento di Richard Curtis, un agente che si occupa di ebook: \u201c<em>Tutti temono Amazon. Se sei una libreria, Amazon compete con te da molti anni. Se sei un editore, un giorno ti svegli e te lo ritrovi come rivale. Se sei un agente letterario, ti sta rubando il pane quotidiano, perch\u00e9 offre agli autori la possibilit\u00e0 di pubblicare direttamente senza usarti come intermediario<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Anche un\u2019autorit\u00e0 come Andrew Wylie, l\u2019agente letterario pi\u00f9 potente e influente d\u2019America, aveva parlato contro la mossa di Amazon, lui che, come si era malignato nell\u2019ambiente, era stato il primo \u201c<em>a venire a patti col diavolo<\/em>\u201d per aver pubblicato in formato ebook direttamente con Amazon diversi autori famosi. E in parecchi ritengono che proprio quella mossa di Wylie sia il precedente che ha spinto Amazon all\u2019attuale mossa.<\/p>\n<p>Pochi mesi dopo, nel febbraio 2012, il rinnovo del contratto in essere con Ipg (Indipendent Publishers Group) vedeva l\u2019azienda di Seattle chiedere una ridiscussione dei prezzi di vendita dei libri in catalogo (ovviamente al ribasso), richiesta giudicata inaccettabile da Ipg. Come risposta Amazon ha tagliato il contratto e, di punto in bianco, espulso oltre 4000 titoli del distributore dalle librerie Kindle. Una mossa tanto drastica quando necessaria, cos\u00ec l\u2019ha definita Amazon. Ma sono in tantissimi ad aver colto il messaggio. \u201c<em>E&#8217; un motivo di preoccupazione e un avvertimento per chiunque vuole vendere un\u2019edizione digitale dei propri testi: o si accettano le loro condizioni o si \u00e8 fuori<\/em>\u201d, sono le parole con cui Andy Ross, ex libraio e agente letterario ha commentato la notizia durante un\u2019intervista rilasciata al New York Times.<\/p>\n<p>A maggio 2012 \u00e8 scoppiata un\u2019altra bomba, l\u2019accusa lanciata da Amazon contro Hachette, Harper&amp;Collins, Simon &amp; Schuster, Penguin, Macmillan e Apple \u2013 che, come \u00e8 noto, ha sempre lasciato liberi gli editori di decidere il prezzo di vendita &#8211; di aver messo in piedi un vero e proprio cartello di controllo dei prezzi dei libri digitali. Una vicenda che ha interessato direttamente anche l\u2019Antitrust degli Stati Uniti, che ha cominciato a indagare. E un mese fa (18 ottobre) Amazon ha inviato a tutti i suoi clienti che avevano acquistato, fra aprile 2010 e maggio 2012, ebook dei primi tre editori indagati, una comunicazione che iniziava cos\u00ec: \u201c<em>Gentile cliente Kindle, abbiamo buone notizie. Hai diritto ad un certo credito per alcuni degli ultimi e-book che hai acquistato, a seguito di vertenze giuridiche tra i principali editori di e-book e un gruppo di avvocati della maggior parte dei territori degli Stati Uniti, compreso il tuo<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Un vero e proprio dispaccio di vittoria, dato che Hachette, Harper&amp;Collins e Simon &amp; Schuster hanno deciso di patteggiare. E se da un punto di vista economico le case editrici non ci perdono granch\u00e9 \u2013 nel periodo in esame \u00e8 stato stimato che abbiano avuto guadagni per oltre 70 milioni di dollari \u2013 da un punto di vista pi\u00f9 generale questa sorta di ammissione di colpa d\u00e0 un altro schiaffo alla credibilit\u00e0 dell\u2019editoria tradizionale e lancia ulteriormente in alto l\u2019astro di Amazon, che ha gi\u00e0 annunciato che \u00e8 ansiosa di ridurre i prezzi dei libri Kindle in un prossimo futuro. Oltre a creare un precedente importante e decisamente scomodo.<\/p>\n<p>Tuttavia gli editori qualche carta ancora da giocare ce l\u2019hanno. E hanno deciso che era tempo di rispondere. Cos\u00ec, a fine ottobre, \u00e8 stata ufficializzata la fusione di Penguin e di Random House, due dei cosiddetti Big Six dell\u2019editoria (gli altri quattro sono Harper&amp;Collins, Simon&amp;Schuster, Hachette, Macmillan). Il nuovo gruppo sar\u00e0 controllato al 53% dalla tedesca Bertelsmann (proprietaria di Random House) e dal 47% dall\u2019inglese Pearson (proprietaria di Penguin) e avr\u00e0 come Ceo Markus Dohle e come chairman del consiglio direttivo John Makinson. Dei nove consiglieri cinque saranno eletti da Bertelsmann, quattro da Pearson.<\/p>\n<p>La Penguin Random House, come da adesso sar\u00e0 chiamata, parte con un controllo consolidato sul 27% del mercato di lingua inglese e con un fatturato di oltre 3 miliardi di dollari, cifre che ne fanno di gran lunga la casa editrice pi\u00f9 potente del mondo, con un portafoglio autori che spazia da Toni Morrison a John Grisham, da E.L. James a Jamie Oliver, da Tom Clancy a Ken Follett, da Dan Brown a Patricia Cornwell.<\/p>\n<p>E\u2019 interessante notare come questa fusione, le cui trattative andavano avanti da mesi, sia stata, secondo diverse indiscrezioni, accelerata dalla possibilit\u00e0 che Rupert Murdoch, proprietario del gruppo che controlla Harper&amp;Collins, si facesse a sua volta avanti per una fusione, con Penguin come obbiettivo. Un segnale che l\u2019unione di due dei Big Six non \u00e8 certo un\u2019idea estemporanea, ma che l\u2019intero settore sta ragionando in questi termini, convinto che solamente ingrandendosi potr\u00e0 tenere testa ad Amazon e fare qualcosa di pi\u00f9 che meramente sopravvivere.<\/p>\n<p>A questo punto che scenari si prospettano all\u2019orizzonte? Quanto questa fusione potr\u00e0 influenzare?<\/p>\n<p>Un dato di fatto \u00e8 che, a differenza della biblica sfida, qui Golia non si fa abbattere da un colpo di fionda e non \u00e8 nemmeno detto che Davide abbia la fionda. Ora come ora le case editrici hanno davvero poco per opporsi ad Amazon. Ma se \u00e8 vero che l\u2019unione fa la forza, allora assieme possono, se non trasformare la sfida in un Golia vs Golia, quantomeno mettere in campo un Davide pi\u00f9 tonico, tosto e armato.<\/p>\n<p>In giro per la Rete si trovano commenti di svariato genere e tono. C\u2019\u00e8 chi ritiene che questa mossa non servir\u00e0 a niente e che non sar\u00e0 certo Amazon a pagare l\u2019aumentata forza di Penguin e Random House, bens\u00ec gli autori, ancor meno possibilitati a negoziare.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 chi vede in questa fusione un passo che va oltre l\u2019editoria libraria e che riguarda l\u2019intero mondo della comunicazione: il gruppo Berterlsmann possiede anche emittenti televisive e radiofoniche ed \u00e8 proprietario di svariate riviste; Pearson controlla tanto il Financial Times quanto L\u2019Economist, due dei quotidiani finanziari pi\u00f9 letti del mondo, il secondo con una vendita di oltre un milione di copie alla settimana; il gruppo di Rupert Murdoch \u00e8 altres\u00ec proprietario di Sky, mentre Simon&amp;Schuster \u00e8 posseduta dalla potente emittente televisiva americana Cbs.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 chi soprattutto ritiene che, forti o no, le case editrici non potranno in alcun modo abbandonare il canale distributivo rappresentato dal colosso di Seattle perch\u00e9 le perdite sarebbero devastanti. Ma proviamo a girare la questione: se tutti i principali gruppi editoriali del mondo dovessero decidere che \u00e8 tempo di dire no ad Amazon e alle sue condizioni e rifiutassero di usarlo come canale a Seattle come reagirebbero? Recenti ricerche dicono che il 90% di quanto viene letto negli Usa \u00e8 nelle mani dei Big Six: la presenza di questi titoli e dei loro autori su Amazon quanto conta? Ad oggi nessun grande nome \u00e8 esclusiva di Amazon, gli autori continuano a passare per l\u2019editore tradizionale, mediati da un agente letterario. Fin dove si pu\u00f2 continuare a spingere? Cancellare dal catalogo di Kindle 4000 titoli di piccoli editori indipendenti \u00e8 una cosa, cancellare di colpo centinaia di titoli di decine di autori famosi avrebbe delle ripercussioni assai pi\u00f9 elevate.<\/p>\n<p>Sono in gran parte ipotesi che difficilmente diverranno realt\u00e0, ma non sono cos\u00ec assurde. Amazon \u00e8 certamente un gigante, un avversario dai mezzi apparentemente illimitati e dalla forza superiore. Ma come ogni buona opera fantasy o di fantascienza insegna \u2013 che sia un libro, un fumetto, un film o un videogame non importa \u2013 tutti hanno un punto debole. Perfino Amazon. Che, per la prima volta dal 2003, ha chiuso il trimestre luglio-settembre in rosso. Difficile vederlo come un segno di debolezza, ci vorr\u00e0 un po\u2019 per capire se lo \u00e8 o se, invece, \u00e8 semplicemente un qualcosa di passeggero, dovuto a investimenti cospicui i cui ritorni sono in arrivo in questo trimestre successivo. Ma non commettiamo l\u2019errore di pensare che la situazione ormai sia incanalata su dei binari dai quali non pu\u00f2 deviare.<\/p>\n<p>E chiudiamo con un esempio, una di quelle piccole storie che spesso passano sotto silenzio ma che, invece, sanno insegnare. La EDC \u00e8 una piccola casa editrice americana, con base a Tulsa (Oklahoma), specializzata in materiale didattico per l\u2019infanzia. La EDC usa da anni Amazon come canale di distribuzione, affiancandolo a un\u2019attivit\u00e0 di vendita diretta sul territorio. All\u2019inizio di quest\u2019anno il fondatore e proprietario, il 70enne Randall White, scopre che un suo abituale cliente, un istituto scolastico, ha deciso di acquistare il materiale didattico via Amazon, visto che l\u00ec lo pu\u00f2 avere a prezzo scontato. E di mandare alle ortiche la fiducia reciproca stabilita in anni di rapporti.<br \/>\nCos\u00ec, avendo deciso che quando \u00e8 troppo \u00e8 troppo, White ritira tutto il suo catalogo, uscendo volontariamente dal circuito Amazon. E rinunciando scientemente a ricavi annui pari a un milione e mezzo di dollari. Una scelta che in parecchi hanno definito incosciente, ma che in molti hanno ammirato. Perch\u00e9 con questo gesto l\u2019anziano White \u2013 che \u00e8 responsabile delle sorti lavorative di oltre 70 persone \u2013 ha puntato i riflettori su un aspetto di grande importanza: Amazon offre ai clienti finali una quantit\u00e0 spropositata di beni alle migliori condizioni possibili per i clienti stessi. Ma fino a che punto il loro interesse deve prevalere su quello di chi quel bene lo ha prodotto?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1995. A Seattle, Stati Uniti, Jeff Bezos fonda Amazon, compagnia incentrata sull\u2019e-commerce. 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